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del Palio 2010



Veni sponsa Christi, adcipe coronam, quam tibi
Dominus preparavit in aeternum.
Nella Cappella di San Martino racchiusa dalle
possenti mura di Palazzo, s’asconde un gioiello della pittura di Vecchietta:
la Processione delle Vergini. Costoro sono guidate, nel loro ingresso nella
Gerusalemme Celeste da Sant’Orsola: figlia del Re bretone, scelse di
consacrare la propria vita a Dio, ma fu costretta ad accettare il matrimonio
con il principe d’Inghilterra solo per salvare il suo popolo dall’ anglico
invasore. Pellegrina a Roma con Undicimila Vergini compagne, sulla via del
ritorno, coronarono la propria vita col martirio, presso la città di
Colonia, per mano degli Unni, a motivo della loro Fede. La committenza
ispirata del Cardinal Branda ci permette di affrontare un percorso di
lettura declinato sulla figura della Donna. Rintracciamo nelle varie
espressioni artistiche che vestono Castiglione molteplici raffigurazioni di
soggetti femminili: all’eroismo di Orsola, si contrappone l’opportunismo di
Erodiade, alla devota presenza di Anna, le oscure trame di Salomè. La
parabola arriva poi a superare sé stessa nelle “Storie della Vergine”: Maria
è presentata quale modello insuperato di autentica femminilità.
A dispetto della cultura dell’epoca il
Cardinale valorizza la figura della donna, solcando i modelli offerti dalla
Chiesa e ponendola in una posizione nuova: protagonista dell’eterna lotta
fra bene e male, della dicotomia santità peccato, fino all’apice della
vicenda della Vergine partecipe della Storia della Salvezza.
Allo sguardo del visitatore d’oggi, conscio
del travaglio subito dalle donne nei secoli, non può che apparire in tutta
la sua evidenza il coraggio del Cardinal Branda, che in maniera del tutto
nuova si pose a celebrare la figura femminile. La donna, destinataria delle
più varie malversazioni medioevali, vede il proprio ruolo nella società
evolversi lungo i secoli, fino al giorno d’oggi, foriero di diritti
acquisiti: cammino ancora lungo, in cui rivendicare in molte culture e
rivalutare in altre.

Il Cardinale
commissiona la cappella di San Martino
In una delle stanze più
intime del Palazzo si cela un piccolo, ma preziosissimo scrigno d’arte: la
Cappella gentilizia del Cardinal Branda Castiglioni.
Affrescata tra il 1437 e
il 1439 dal senese Lorenzo di Pietro, detto il Vecchietta, è dedicata a San
Martino di Tours. Nato nel 316 d.C. in Pannonia, nell’attuale Ungheria, dove
ben sappiamo Branda fu per lungo tempo legato pontificio, Martino era figlio
di un ufficiale dell’esercito dell’Impero Romano. All’età di quindici anni
si arruolò anch’egli nell’esercito romano e venne inviato in Gallia, dove si
convertì al cristianesimo e abbandonò la vita militare per diventare monaco.
L’episodio più noto della sua vita, che lo porterà a diventare cristiano, è
tramandato come “Leggenda del mantello”: Martino ancora soldato stazionava
coi suoi compagni presso le porte della città di Armiens e si trovò di
fronte un mendicante seminudo. A tale vista tagliò in due il proprio
mantello e lo condivise col povero. Quella stessa notte Martino ebbe in
sogno la visita di Gesù che gli restituiva la metà del mantello con cui
aveva soccorso il mendicante e, una volta risvegliatosi, trovò
miracolosamente il proprio mantello nuovamente integro. Per tutto il resto
della sua vita San Martino si distinse nell’esercizio della Carità.Forse
questo è il motivo per cui il Cardinale decise di intitolargli questa
cappella? Non abbiamo una risposta certa. Tuttavia la Carità, nel suo più
ampio significato di Virtù cristiana, innerva, unisce ed è in grado di
guidarci attraverso gli affreschi realizzati dal Vecchietta: al centro,
sulla parete che sovrasta la piccola abside, il Cristo crocifisso, cui si
volgono le altre figure affrescate: Egli è il modello di vera carità, Lui il
primo a dare tutto se stesso, a dare la vita per ogni uomo. Sulla parete
opposta una “Chiesa Trionfante” dove Papi, Presbiteri, Cardinali e fondatori
degli Ordini Monastici volgono lo sguardo al Crocifisso, modello dei
Pastori, quasi a voler imparare da lui l’amore per il gregge, la carità del
pastore d’anime.
Sulla parete di sinistra
è raffigurata la strage degli Innocenti: anch’essi sembrano messi alla
scuola del Cristo, l’Innocente ucciso ingiustamente, bambini ancora incapaci
di confessarLo e membra inadatte a patire condividono inconsciamente, come
in ogni dolore innocente o morte misteriosa, lo stesso dolore di Gesù, la
Sua stessa carità. E a destra una processione di donne, vergini e martiri
guidate da S. Orsola, che entrano nella Gerusalemme celeste, dirette e
rivolte al Cristo, modello e principe dei vergini. Le vergini contemplano il
loro mistico Sposo e paiono imparare da Lui la verginità come sequela
radicale, come rinuncia all’amore terreno per quell’Amore più forte, che è
la natura stessa di Dio: “Dio è carità” afferma l’Apostolo nella Scrittura.
La raffigurazione di
Orsola, il cui culto era diffusissimo nel Medioevo, al pari di quello di
Martino, rappresenta anzitutto una celebrazione della figura della donna,
rarità in quell’epoca di discriminazione del sesso femminile, ma al contempo
vindice di tutta la novità del Cristianesimo, che elevando una donna alla
gloria degli altari, la faceva assurgere a modello di vita. Orsola,
principessa cristiana, figlia del Re bretone, fanciulla di straordinaria
bellezza, venne chiesta in sposa da un Principe pagano, che minacciava
militarmente i territori del padre. Nonostante si fosse consacrata
segretamente a Dio non disse di no, ma chiese tre anni di tempo per
conoscere meglio la volontà del Signore. Chiese anche la conversione del
futuro sposo, e mille compagne per sé e per ciascuna delle dieci ancelle del
suo seguito. Si formò così una schiera di undicimila fanciulle che
attraversò l’Europa per recarsi a Roma dal Papa. Sulla via del ritorno le
Undicimila trovarono la Città di Colonia assediata dagli Unni. La furia dei
Barbari si sfogò su quelle vergini che vennero martirizzate tutte in quel
giorno. Solo Orsola venne preservata a motivo della sua bellezza, ma il
diniego di sposare il Re degli Unni, per conservare intatta la verginità, le
valse il martirio. La virtù è ciò che contraddistingue Orsola: verginità che
cede solo all’interesse di salvare il popolo, matrimonio che sarebbe dovuto
diventare occasione di conversione, pellegrinaggio come metafora della
strada da trovare per adempiere appieno alla nuova vocazione di sposa,
martirio che suggella tutta la forza non dimenticata del desiderio di
preservarsi vergine. Una nuova identità femminile. Una Santa, per la Chiesa.
Un’eroina che riluce del proprio coraggio e della propria coerenza, per ogni
uomo. Molte volte lo sguardo orante del Cardinale si sarà soffermato su quel
volto, ma ancora di più il suo spirito fervente avrà percorso la strada di
Carità, Fede e Speranza seguita e indicata da Orsola, cercando di rendersene
imitatore tra gli uomini e le donne che abitavano il piccolo borgo per
essere non solo mecenate illuminato, ma anche costruttore morale della
comunità.

Leggenda aurea - S.
Orsola
C’era
in Bretagna un re, molto pio, di nome Noto o Mauro che generò una figlia a
cui mise nome di Orsola: costei era in particolar modo onesta, saggia e
bella e la sua fama volava ovunque. Il re d’Inghilterra, sovrano molto
potente, e che aveva sottomesso molti popoli al suo comando, si propose di
unire in matrimonio il suo unico figlio e questa fanciulla di cui tutti
vantavano i pregi dell’anima e del corpo: ed anche il giovane era acceso dal
desiderio di sposarla.
Furono allora inviati ambasciatori al padre d’Orsola i quali gli offrirono
ricchissimi doni ma aggiunsero terribili minacce se non avesse voluto
acconsentire alla proposta del loro re. Noto si trovò allora in una
angosciosa alternativa perché da una parte temeva l’ira di un sovrano più
potente di lui, e dall’altra non avrebbe mai voluto dare moglie Orsola a un
infedele, cosa a cui la fanciulla stessa non avrebbe acconsentito.
Allora Orsola, inspirata dal Signore, persuase il padre a rispondere
favorevolmente al re ponendo come condizione che le inviasse, per compagnia,
dieci vergini, ognuna delle quali fosse seguita da una schiera di mille
altre, e mille vergini per sé; chiese inoltre un periodo di tre anni per
recarsi a Roma ad ottenere la consacrazione della propria verginità; in
questi tre anni il promesso sposo avrebbe dovuto farsi istruire nella fede e
ricevere il battesimo.
Si
capisce che, imponendo tali condizioni, Orsola sperava di scoraggiare il
giovane principe o, altrimenti, di avere il modo di consacrare a Dio le
predette fanciulle. Ma il giovane principe accettò volentieri tale
condizione, si fece battezzare e insistè presso il padre perché volesse
accontentare ogni desiderio di Orsola. Allora cominciarono ad affluire in
Bretagna schiere di fanciulle e gli abitanti della regione rimasero attoniti
a tale spettacolo. Anche molti vescovi vollero unirsi al pellegrinaggio
delle undicimila vergini, fra cui Pantulo vescovo di Basilea, che le
condusse a Roma e che insieme a loro sofferse il martirio. Gerasina, regina
della Sicilia, sorella del vescovo Matrisio e di Daria, madre di Orsola, si
era sposata a un crudelissimo tiranno, ma aveva trasformato il marito da
lupo in tenero agnello; costei avendo ricevuto dal padre d’Orsola una
lettera in cui le veniva rivelato il segreto del viaggio della figlia,
subito si imbarcò per la Bretagna con le quattro figlie Babilla, Giuliana,
Vittoria, Aurea e il figlioletto Adriano che non volle separarsi dalle
sorelle.
Per
consiglio di questa santa donna le undicimila fanciulle furono divise in
gruppi a seconda dei regni da cui provenivano. Gerasina stessa prese il
comando del pellegrinaggio e coronò la propria opera col martirio. Mentre
Orsola attendeva alla conversione delle vergini la regina Gerasina istruiva
i cavalieri di scorta e a tutti fece prestare il giuramento di un nuovo
orine di cavalleria. Dopodiché la santa schiera s’imbarcò e in un solo
giorno di viaggio, spinte da un vento favorevole, le navi giunsero in un
porto della Gallia detto Tiel, quindi arrivarono a Colonia. Qui un angelo
del Signore apparve ad Orsola e le predisse che a Colonia sarebbe tornata
con tutte le sue compagne e che vi avrebbe, insieme a quelle, ricevuto la
corona del martirio.
Da
Colonia le sante vergini, proseguendo verso Roma, arrivarono a Basilea; qui
lasciarono le navi e a piedi continuarono il viaggio. Non appena furono
giunte a Roma papa Ciriaco andò loro incontro con tutto il clero: infatti,
essendo egli stesso oriundo della Bretagna e sapendo che tra quelle
fanciulle molte ve ne erano a lui congiunte da legami di parentela, si era
rallegrato molto del loro arrivo e aveva preparato una onorevole
accoglienza. Nella notte seguente papa Ciriaco ebbe una visione e gli fu da
Dio rivelato che avrebbe ricevuto il martirio insieme alla santa schiera
delle vergini.
Il
papa non rivelò ad alcuno questa profetica visione, ma si affrettò a
battezzare quelle fanciulle che ancora non avevano ricevuto il battesimo, e
quando stimò che ne fosse giunto il momento, rivelò a tutti il proposito di
dimettersi e di rinunciare alla sua dignità; a tutto il clero e soprattutto
ai cardinali parve una follia che un papa rinunciasse al suo glorioso
compito per unirsi al pellegrinaggio di tenere fanciulle; ma Ciriaco
tuttavia non desistette dal suo proposito e ordinò al suo posto un sant’uomo
di nome Ameto. Ma, poiché aveva abbandonato il seggio pontificale contro la
volontà del clero, il suo nome fu tolto dalla lista dei pontefici e da
allora il santo stuolo delle undicimila vergini perse ogni favore presso la
curia romana.
Ora,
due capi dell’esercito romano, Massimo e Africano, uomini empi e infedeli,
vedendo tanta moltitudine di pellegrine e accorgendosi che gran parte della
popolazione andava ad ingrossare le loro schiere presero a temere che questo
fosse un mezzo efficace per la propagazione della fede; allora mandarono
segretamente alcuni messi a Giulio, capo degli Unni e loro cognato, per
incitarlo ad attendere a Colonia il ritorno delle vergini e massacrarle.
Frattanto le sante fanciulle avevano preso la via del ritorno in compagnia
del papa Ciriaco, del cardinale Vincenzo e di Giacomo, vescovo di Antiochia,
anch’egli oriundo dalla Bretagna. Questi, che era venuto a Roma per vedere
il papa, stava già per ripartire, quando essendo venuto a sapere della
partenza delle vergini, decise di farsi loro compagno di viaggio e di
martirio.
La
medesima cosa fece il vescovo Maurizio, zio di Babilla e di Giuliana e
Solario, vescovo di Lucca e Sulpizio vescovo di Ravenna. Frattanto, il
giovane fidanzato di Orsola, Etero, era divenuto re, per la morte del padre,
nell’anno stesso in cui si era fatto cristiano ed aveva convertito anche la
madre a Cristo. Ed ecco che il Signore lo avvertì di andare incontro alla
promessa sposa onde potesse essere a lei congiunto nel martirio. Etero
obbedì ai divini ammaestramenti e si mise in viaggio colla madre, con la
piccola sorella Fiorentina e il vescovo Clemente. Giunsero inoltre per
unirsi al pellegrinaggio Marculo, vescovo della Grecia e la nipote Costanza
figlia dei re di Costantinopoli.
Costei era stata fidanzata a un figlio di un re ma, essendole morto il
fidanzato prima delle nozze, si era consacrata al Signore. Quando dunque le
dette vergini giunsero a Colonia in compagnia dei vescovi, trovarono la
città assediata dagli unni; i barbari, non appena le videro, le assalirono e
le massacrarono quasi lupi piombati fra mansueti agnelli. Solo Orsola rimase
viva e quando il principe degli unni la vide, colpito dalla sua meravigliosa
bellezza, cercò di consolarla della morte delle compagne e le offrì di
diventare sua moglie. Ma poiché la fanciulla respinse tale proposta, il
principe vedendosi disprezzato, la trafisse con una freccia. In tale modo
Orsola coronò la propria vita col martirio.
Ci fu
una delle undicimila fanciulle, di nome Cordula, che dapprima, spaventata,
si nascose in fondo a una nave e vi rimase per tutta la notte; ma la mattina
dopo spontaneamente si offrì ai carnefici. E poiché la Chiesa ometteva di
celebrarne la festa non avendo sofferto il martirio con le altre, dopo
qualche tempo apparve a un eremita e gli rivelò che la sua festa doveva
essere celebrata il giorno seguente a quello in cui le undicimila vergini
erano state martirizzate. La tradizione vuole che questo martirio sia
avvenuto nell’anno del Signore 238, ma la verosimiglianza delle date
contraddice tale ipotesi. Infatti allora la Sicilia non era un regno e a
Costantinopoli non vi erano re mentre i re dei suddetti paesi vengono
rammentati fra coloro che subirono il martirio a Colonia.
E’
più verosimile che tale martirio abbia avuto luogo al tempo dell’invasione
degli unni e dei goti, forse sotto l’imperatore Marciano che regnò nell’anno
del Signore 452. Un abate ottenne da una badessa di Colonia il corpo di una
delle sante fanciulle, promettendo che l’avrebbe deposta in un’urna
d’argento; invece per un anno intero la tenne sull’altare in una cassa di
legno; ed ecco che una notte, mentre l’abate cantava il mattutino in mezzo
ai frati, la vergine, con grande meraviglia di tutti, fu vista alzarsi dalla
cassa, discendere dall’altare, inchinarsi devotamente ed andarsene. L’abate
allora si affrettò a recarsi a Colonia e insieme alla badessa si recò là
donde il corpo della fanciulla era stato dissepolto. Ivi fu ritrovato e, per
quanto l’abate pregasse e scongiurasse la badessa di restituirglielo, niente
potè ottenere.
Un
religioso aveva una particolare devozione per queste sante vergini; una
volta si ammalò e gli apparve una bellissima fanciulla. Poiché il religioso
affermò di non conoscerla quella disse: “Io sono una delle vergini che
spesso invochi: or sappi che se reciterai undicimila volte la preghiera
domenicale noi ti proteggeremo nell’ora della morte”. Così detto disparve e
il religioso si affrettò a seguire il consiglio. Poi chiese l’estrema
unzione: mentre l’abate del convento lo segnava col sacro olio il religioso
cominciò a gridare che si allontanasse per far posto al corteo delle
vergini. Interrogato dall’abate su tale comportamento il monaco raccontò
quanto gli era accaduto: dopodiché i confratelli uscirono dalla cella
lasciandolo solo; quando vi ritornarono trovarono che aveva già reso l’anima
a Dio.
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