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Veni sponsa Christi, adcipe coronam, quam tibi Dominus preparavit in aeternum.

 

Nella Cappella di San Martino racchiusa dalle possenti mura di Palazzo, s’asconde un gioiello della pittura di Vecchietta: la Processione delle Vergini. Costoro sono guidate, nel loro ingresso nella Gerusalemme Celeste da Sant’Orsola: figlia del Re bretone, scelse di consacrare la propria vita a Dio, ma fu costretta ad accettare il matrimonio con il principe d’Inghilterra solo per salvare il suo popolo dall’ anglico invasore. Pellegrina a Roma con Undicimila Vergini compagne, sulla via del  ritorno, coronarono la propria vita col martirio, presso la città di Colonia, per mano degli Unni, a motivo della loro Fede. La committenza ispirata del Cardinal Branda ci permette di affrontare un percorso di lettura declinato sulla figura della Donna. Rintracciamo nelle varie espressioni artistiche che vestono Castiglione molteplici raffigurazioni di soggetti femminili: all’eroismo di Orsola, si contrappone l’opportunismo di Erodiade, alla devota presenza di Anna,  le oscure trame di Salomè. La parabola arriva poi a superare sé stessa nelle “Storie della Vergine”: Maria è presentata quale modello insuperato di autentica femminilità.

A dispetto della cultura dell’epoca il Cardinale valorizza la figura della donna, solcando i modelli offerti dalla Chiesa e  ponendola in una posizione nuova: protagonista dell’eterna lotta fra bene e male, della dicotomia santità peccato, fino all’apice della vicenda della Vergine partecipe della Storia della Salvezza.

Allo sguardo del visitatore d’oggi, conscio del travaglio subito dalle donne nei secoli, non può che apparire in tutta la sua evidenza il coraggio del Cardinal Branda, che in maniera del tutto nuova si pose a celebrare la figura femminile. La donna, destinataria delle più varie malversazioni medioevali, vede il proprio ruolo nella società evolversi lungo i secoli, fino al giorno d’oggi, foriero di diritti acquisiti: cammino ancora lungo, in cui rivendicare in molte culture e rivalutare in altre.

Il Cardinale commissiona la cappella di San Martino

In una delle stanze più intime del Palazzo si cela un piccolo, ma preziosissimo scrigno d’arte: la Cappella gentilizia del Cardinal Branda Castiglioni.

Affrescata tra il 1437 e il 1439 dal senese Lorenzo di Pietro, detto il Vecchietta, è dedicata a San Martino di Tours. Nato nel 316 d.C. in Pannonia, nell’attuale Ungheria, dove ben sappiamo Branda fu per lungo tempo legato pontificio, Martino era figlio di un ufficiale dell’esercito dell’Impero Romano. All’età di quindici anni si arruolò anch’egli nell’esercito romano e venne inviato in Gallia, dove si convertì al cristianesimo e abbandonò la vita militare per diventare monaco. L’episodio più noto della sua vita, che lo porterà a diventare cristiano, è tramandato come “Leggenda del mantello”: Martino ancora soldato stazionava coi suoi compagni presso le porte della città di Armiens e si trovò di fronte un mendicante seminudo. A tale vista tagliò in due il proprio mantello e lo condivise col povero. Quella stessa notte Martino ebbe in sogno la visita di Gesù che gli restituiva la metà del mantello con cui aveva soccorso il mendicante e, una volta risvegliatosi, trovò miracolosamente il proprio mantello nuovamente integro. Per tutto il resto della sua vita San Martino si distinse nell’esercizio della Carità.Forse questo è il motivo per cui il Cardinale decise di intitolargli questa cappella? Non abbiamo una risposta certa. Tuttavia la Carità, nel suo più ampio significato di Virtù cristiana, innerva, unisce ed è in grado di guidarci attraverso gli affreschi realizzati dal Vecchietta: al centro, sulla parete che sovrasta la piccola abside, il Cristo crocifisso, cui si volgono le altre figure affrescate: Egli è il modello di vera carità, Lui il primo a dare tutto se stesso, a dare la vita per ogni uomo. Sulla parete opposta una “Chiesa Trionfante” dove Papi, Presbiteri, Cardinali e fondatori degli Ordini Monastici volgono lo sguardo al Crocifisso, modello dei Pastori, quasi a voler imparare da lui l’amore per il gregge, la carità del pastore d’anime.

Sulla parete di sinistra è raffigurata la strage degli Innocenti: anch’essi sembrano messi alla scuola del Cristo, l’Innocente ucciso ingiustamente, bambini ancora incapaci di confessarLo e membra inadatte a patire condividono inconsciamente, come in ogni dolore innocente o morte misteriosa, lo stesso dolore di Gesù, la Sua stessa carità. E a destra una processione di donne, vergini e martiri guidate da S. Orsola, che entrano nella Gerusalemme celeste, dirette e rivolte al Cristo, modello e principe dei vergini. Le vergini contemplano il loro mistico Sposo e paiono imparare da Lui la verginità come sequela radicale, come rinuncia all’amore terreno per quell’Amore più forte, che è la natura stessa di Dio: “Dio è carità” afferma l’Apostolo nella Scrittura.

La raffigurazione di Orsola, il cui culto era diffusissimo nel Medioevo, al pari di quello di Martino, rappresenta anzitutto una celebrazione della figura della donna, rarità in quell’epoca di discriminazione del sesso femminile, ma al contempo vindice di tutta la novità del Cristianesimo, che elevando una donna alla gloria degli altari, la faceva assurgere a modello di vita. Orsola, principessa cristiana, figlia del Re bretone, fanciulla di straordinaria bellezza, venne chiesta in sposa da un Principe pagano, che minacciava militarmente i territori del padre. Nonostante si fosse consacrata segretamente a Dio non disse di no, ma chiese tre anni di tempo per conoscere meglio la volontà del Signore. Chiese anche la conversione del futuro sposo, e mille compagne per sé e per ciascuna delle dieci ancelle del suo seguito. Si formò così una schiera di undicimila fanciulle che attraversò l’Europa per recarsi a Roma dal Papa. Sulla via del ritorno le Undicimila trovarono la Città di Colonia assediata dagli Unni. La furia dei Barbari si sfogò su quelle vergini che vennero martirizzate tutte in quel giorno. Solo Orsola venne preservata a motivo della sua bellezza, ma il diniego di sposare il Re degli Unni, per conservare intatta la verginità, le valse il martirio. La virtù è ciò che contraddistingue Orsola: verginità che cede solo all’interesse di salvare il popolo, matrimonio che sarebbe dovuto diventare occasione di conversione, pellegrinaggio come metafora della strada da trovare per adempiere appieno alla nuova vocazione di sposa, martirio che suggella tutta la forza non dimenticata del desiderio di preservarsi vergine. Una nuova identità femminile. Una Santa, per la Chiesa. Un’eroina che riluce del proprio coraggio e della propria coerenza, per ogni uomo. Molte volte lo sguardo orante del Cardinale si sarà soffermato su quel volto, ma ancora di più il suo spirito fervente avrà percorso la strada di Carità, Fede e Speranza seguita e indicata da Orsola, cercando di rendersene imitatore tra gli uomini e le donne che abitavano il piccolo borgo per essere non solo mecenate illuminato, ma anche costruttore morale della comunità.

 

Leggenda aurea - S. Orsola

C’era in Bretagna un re, molto pio, di nome Noto o Mauro che generò una figlia a cui mise nome di Orsola: costei era in particolar modo onesta, saggia e bella e la sua fama volava ovunque. Il re d’Inghilterra, sovrano molto potente, e che aveva sottomesso molti popoli al suo comando, si propose di unire in matrimonio il suo unico figlio e questa fanciulla di cui tutti vantavano i pregi dell’anima e del corpo: ed anche il giovane era acceso dal desiderio di sposarla.

Furono allora inviati ambasciatori al padre d’Orsola i quali gli offrirono ricchissimi doni ma aggiunsero terribili minacce se non avesse voluto acconsentire alla proposta del loro re. Noto si trovò allora in una angosciosa alternativa perché da una parte temeva l’ira di un sovrano più potente di lui, e dall’altra non avrebbe mai voluto dare moglie Orsola a un infedele, cosa a cui la fanciulla stessa non avrebbe acconsentito.

Allora Orsola, inspirata dal Signore, persuase il padre a rispondere favorevolmente al re ponendo come condizione che le inviasse, per compagnia, dieci vergini, ognuna delle quali fosse seguita da una schiera di mille altre, e mille vergini per sé; chiese inoltre un periodo di tre anni per recarsi a Roma ad ottenere la consacrazione della propria verginità; in questi tre anni il promesso sposo avrebbe dovuto farsi istruire nella fede e ricevere il battesimo.

Si capisce che, imponendo tali condizioni, Orsola sperava di scoraggiare il giovane principe o, altrimenti, di avere il modo di consacrare a Dio le predette fanciulle. Ma il giovane principe accettò volentieri tale condizione, si fece battezzare e insistè presso il padre perché volesse accontentare ogni desiderio di Orsola. Allora cominciarono ad affluire in Bretagna schiere di fanciulle e gli abitanti della regione rimasero attoniti a tale spettacolo. Anche molti vescovi vollero unirsi al pellegrinaggio delle undicimila vergini, fra cui Pantulo vescovo di Basilea, che le condusse a Roma e che insieme a loro sofferse il martirio. Gerasina, regina della Sicilia, sorella del vescovo Matrisio e di Daria, madre di Orsola, si era sposata a un crudelissimo tiranno, ma aveva trasformato il marito da lupo in tenero agnello; costei avendo ricevuto dal padre d’Orsola una lettera in cui le veniva rivelato il segreto del viaggio della figlia, subito si imbarcò per la Bretagna con le quattro figlie Babilla, Giuliana, Vittoria, Aurea e il figlioletto Adriano che non volle separarsi dalle sorelle.

Per consiglio di questa santa donna le undicimila fanciulle furono divise in gruppi a seconda dei regni da cui provenivano. Gerasina stessa prese il comando del pellegrinaggio e coronò la propria opera col martirio. Mentre Orsola attendeva alla conversione delle vergini la regina Gerasina istruiva i cavalieri di scorta e a tutti fece prestare il giuramento di un nuovo orine di cavalleria. Dopodiché la santa schiera s’imbarcò e in un solo giorno di viaggio, spinte da un vento favorevole, le navi giunsero in un porto della Gallia detto Tiel, quindi arrivarono a Colonia. Qui un angelo del Signore apparve ad Orsola e le predisse che a Colonia sarebbe tornata con tutte le sue compagne e che vi avrebbe, insieme a quelle, ricevuto la corona del martirio.

Da Colonia le sante vergini, proseguendo verso Roma, arrivarono a Basilea; qui lasciarono le navi e a piedi continuarono il viaggio. Non appena furono giunte a Roma papa Ciriaco andò loro incontro con tutto il clero: infatti, essendo egli stesso oriundo della Bretagna e sapendo che tra quelle fanciulle molte ve ne erano a lui congiunte da legami di parentela, si era rallegrato molto del loro arrivo e aveva preparato una onorevole accoglienza. Nella notte seguente papa Ciriaco ebbe una visione e gli fu da Dio rivelato che avrebbe ricevuto il martirio insieme alla santa schiera delle vergini.

Il papa non rivelò ad alcuno questa profetica visione, ma si affrettò a battezzare quelle fanciulle che ancora non avevano ricevuto il battesimo, e quando stimò che ne fosse giunto il momento, rivelò a tutti il proposito di dimettersi e di rinunciare alla sua dignità; a tutto il clero e soprattutto ai cardinali parve una follia che un papa rinunciasse al suo glorioso compito per unirsi al pellegrinaggio di tenere fanciulle; ma Ciriaco tuttavia non desistette dal suo proposito e ordinò al suo posto un sant’uomo di nome Ameto. Ma, poiché aveva abbandonato il seggio pontificale contro la volontà del clero, il suo nome fu tolto dalla lista dei pontefici e da allora il santo stuolo delle undicimila vergini perse ogni favore presso la curia romana.

Ora, due capi dell’esercito romano, Massimo e Africano, uomini empi e infedeli, vedendo tanta moltitudine di pellegrine e accorgendosi che gran parte della popolazione andava ad ingrossare le loro schiere presero a temere che questo fosse un mezzo efficace per la propagazione della fede; allora mandarono segretamente alcuni messi a Giulio, capo degli Unni e loro cognato, per incitarlo ad attendere a Colonia il ritorno delle vergini e massacrarle. Frattanto le sante fanciulle avevano preso la via del ritorno in compagnia del papa Ciriaco, del cardinale Vincenzo e di Giacomo, vescovo di Antiochia, anch’egli oriundo dalla Bretagna. Questi, che era venuto a Roma per vedere il papa, stava già per ripartire, quando essendo venuto a sapere della partenza delle vergini, decise di farsi loro compagno di viaggio e di martirio.

La medesima cosa fece il vescovo Maurizio, zio di Babilla e di Giuliana e Solario, vescovo di Lucca e Sulpizio vescovo di Ravenna. Frattanto, il giovane fidanzato di Orsola, Etero, era divenuto re, per la morte del padre, nell’anno stesso in cui si era fatto cristiano ed aveva convertito anche la madre a Cristo. Ed ecco che il Signore lo avvertì di andare incontro alla promessa sposa onde potesse essere a lei congiunto nel martirio. Etero obbedì ai divini ammaestramenti e si mise in viaggio colla madre, con la piccola sorella Fiorentina e il vescovo Clemente. Giunsero inoltre per unirsi al pellegrinaggio Marculo, vescovo della Grecia e la nipote Costanza figlia dei re di Costantinopoli.

Costei era stata fidanzata a un figlio di un re ma, essendole morto il fidanzato prima delle nozze, si era consacrata al Signore. Quando dunque le dette vergini giunsero a Colonia in compagnia dei vescovi, trovarono la città assediata dagli unni; i barbari, non appena le videro, le assalirono e le massacrarono quasi lupi piombati fra mansueti agnelli. Solo Orsola rimase viva e quando il principe degli unni la vide, colpito dalla sua meravigliosa bellezza, cercò di consolarla della morte delle compagne e le offrì di diventare sua moglie. Ma poiché la fanciulla respinse tale proposta, il principe vedendosi disprezzato, la trafisse con una freccia. In tale modo Orsola coronò la propria vita col martirio.

Ci fu una delle undicimila fanciulle, di nome Cordula, che dapprima, spaventata, si nascose in fondo a una nave e vi rimase per tutta la notte; ma la mattina dopo spontaneamente si offrì ai carnefici. E poiché la Chiesa ometteva di celebrarne la festa non avendo sofferto il martirio con le altre, dopo qualche tempo apparve a un eremita e gli rivelò che la sua festa doveva essere celebrata il giorno seguente a quello in cui le undicimila vergini erano state martirizzate. La tradizione vuole che questo martirio sia avvenuto nell’anno del Signore 238, ma la verosimiglianza delle date contraddice tale ipotesi. Infatti allora la Sicilia non era un regno e a Costantinopoli non vi erano re mentre i re dei suddetti paesi vengono rammentati fra coloro che subirono il martirio a Colonia.

E’ più verosimile che tale martirio abbia avuto luogo al tempo dell’invasione degli unni e dei goti, forse sotto l’imperatore Marciano che regnò nell’anno del Signore 452. Un abate ottenne da una badessa di Colonia il corpo di una delle sante fanciulle, promettendo che l’avrebbe deposta in un’urna d’argento; invece per un anno intero la tenne sull’altare in una cassa di legno; ed ecco che una notte, mentre l’abate cantava il mattutino in mezzo ai frati, la vergine, con grande meraviglia di tutti, fu vista alzarsi dalla cassa, discendere dall’altare, inchinarsi devotamente ed andarsene. L’abate allora si affrettò a recarsi a Colonia e insieme alla badessa si recò là donde il corpo della fanciulla era stato dissepolto. Ivi fu ritrovato e, per quanto l’abate pregasse e scongiurasse la badessa di restituirglielo, niente potè ottenere.

Un religioso aveva una particolare devozione per queste sante vergini; una volta si ammalò e gli apparve una bellissima fanciulla. Poiché il religioso affermò di non conoscerla quella disse: “Io sono una delle vergini che spesso invochi: or sappi che se reciterai undicimila volte la preghiera domenicale noi ti proteggeremo nell’ora della morte”. Così detto disparve e il religioso si affrettò a seguire il consiglio. Poi chiese l’estrema unzione: mentre l’abate del convento lo segnava col sacro olio il religioso cominciò a gridare che si allontanasse per far posto al corteo delle vergini. Interrogato dall’abate su tale comportamento il monaco raccontò quanto gli era accaduto: dopodiché i confratelli uscirono dalla cella lasciandolo solo; quando vi ritornarono trovarono che aveva già reso l’anima a Dio.

 

 

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