|
<---
Torna alla Pagina Principale
del Palio 2011


e approfondimenti

“Vivere est militare”
Nella vicenda storica ed umana del Cardinal
Branda Castiglioni all’illuminato mecenatismo culturale si affianca una
geniale intelligenza politica. I rapporti che seppe tessere coi più illustri
governanti e militari dell’epoca, prima fra tutte l’amicizia con
l’Imperatore Sigismondo, ne fecero uno tra i Principi della Chiesa
maggiormente influenti nell’intera Europa del primo ‘400. Immagine di questa
autorevolezza ci è offerta nell’episodio narrato quest’anno dal Palio: la
Crociata contro i Turchi del 1426, guidata da Filippo Scolari auspice il
Cardinale.
Così racconta mons. Cazzani «I Turchi […]
tornavano ora a mostrare la loro baldanza ai confini dell’impero e del regno
di Sigismondo. Per fronteggiare il pericolo, questi cercò alleanze un po’
dappertutto, anche in Italia, mentre papa Martino V inviò il Cardinal Branda
Castiglioni di nuovo in Ungheria a perorare la Crociata contro i Turchi nel
convegno di Tata. Filippo Scolari, benché tormentato dalla podagra, si
lasciò persuadere a marciare contro gli Ottomani; li vinse in battaglia
presso Galamboez, ma il 26 Dicembre 1426, a Lippa il prode condottiero
cristiano chiuse i suoi giorni.»
Tramontato l’ideale medievale di crociata
come lotta per la liberazione dei luoghi sacri di Terra Santa ove ebbe
scaturigineil Cristianesimo, questa crociata non è neppure a difesa
dell’ortodossia cattolica, come invece fu quella condotta dal Cardinale nel
1415 contro gli eretici Hussiti.
L’obiettivo di questa “Guerra Santa” fu
eminentemente politico: respingere gli Ottomani che assediavano i confini
dell’Impero. La religione viene reinterpretata come ”instrumentum regni”:
non siamo più nell’ottica di una vera e propria “vocazione” alla crociata,
quale itinerario redentivo e di espiazione dei peccati, al grido di “Deus
vult!”. Ci troviamo piuttosto in presenza di una mera connotazione religiosa
ed identitaria degli eserciti, funzionale alla moltiplicazione delle
presenze e vessillo unificatore di una babele di interessi.
Venendo all’oggi non si può non constatare
come l’idea di “crociata” sia comunemente stigmatizzata nell’accezione
pratico-militaresca, non già in quella culturale. Venti di contrapposizione
solcano la nostra civiltà, in cui la globalizzazione favorisce non solo
l’incontro dei popoli, ma anche la loro contrapposizione, specie sul terreno
dei diversi credo religiosi, facilmente mutuati a pretesto di scontro. Il
Palio vuole lasciarci interrogare a riguardo, con l’auspicio che altre
culture facciano altrettanto.
“La vita è una guerra” ciò che conta è
combattere la buona battaglia.

GLI
UOMINI DI CHIESA NELL’ESERCITO
Il tema storico del Palio di quest’anno
rievoca la Crociata contro i Turchi nel cui addivenire gran parte fece il
Cardinal Branda Castiglioni. Le testimonianze storiche ci parlano di Branda
come potente intercessore inviato dal Papa e dall’Imperatore presso il
preclaro condottiero Filippo Buondelmonti degli Scolari detto Pippo spano ad
impetrare la sua partecipazione affinché le sue note virtù belliche
guidassero un vasto esercito che scongiurasse l’invasione ottomana. Le fonti
storiche tacciono riguardo all’ulteriore ruolo che ebbe Branda. Fu
unicamente ambasciatore dei progetti pontifici ed imperiali? Oppure fu più
presente, anche nel momento bellico? Si recò anch’egli presso gli
accampamenti militari? Non ci è dato di sapere. Possiamo tuttavia attingere
alle plurime fonti storiche che ci raccontano la presenza del clero
nell’esperienza militare. Anzitutto è bene premettere che al clero era
proibito portare armi e combattere. In verità questo principio era tanto
vero, quanto le innumerevoli disattese da parte dei chierici a questo
precetto. I Re d’altronde desideravano che i loro Vassalli ecclesiastici si
recassero come quelli laici a combattere. Nella quasi totalità dei casi gli
obblighi militari del servizio feudale prevalgono sui precetti degli
incarichi ecclesiastici. Molti ecclesiastici accompagnavano gli eserciti in
qualità di confessori, elemosinieri, cappellani. Facevano parte di quella
schiera eterogenea di non combattenti, più numerosa dei soldati stessi, che
comprendeva mercanti, artigiani, mendicanti a caccia di bottino, prostitute.
Le cronache sono reticenti a riportare testimonianze di questa folla di
ausiliari, che costituivano un mondo poco luccicante ma indispensabile ai
bisogni spirituali, sessuali, alimentari e materiali dei gloriosi cavalieri.
Solo di sfuggita è possibile vedere alla luce del sole questa lunga teoria
di carriaggi che segue l’esercito in marcia, nella quale i chierici vivono
mescolati agli elementi più equivoci, una delle ragioni essenziali della
sfiducia della gerarchia ecclesiastica nei confronti dei possibili contatti
con la vita militare . A partire dal momento in cui i chierici sono
nell’esercito, è inoltre molto difficile distinguere combattenti e
non-combattenti: si fa presto a passare dal combattimento spirituale a
quello terrestre. Nella Summa theologica Tommaso d’Aquino pone la questione:
“E’ consentito ai chierici ed ai vescovi combattere?” La risposta sembra
affermativa, poiché è necessario combattere l’ingiustizia e talvolta la
guerra è giusta; ma Gesù proibì a Pietro di servirsi della sua spada. Nella
lotta contro l’ingiustizia ciascuno resti al suo posto: i chierici non
devono impiegare che armi spirituali, preghiera e contemplazione, e non
devono combattere. La loro presenza nell’esercito è tuttavia indispensabile
per il sostegno spirituale ai soldati.

FILIPPO BUONDELMONTI DEGLI SCOLARI DETTO
“PIPPO SPANO”

Vidono i padri nostri … Filippo Iscolari, ispano tra gli
Ungheri (che uomo, immortale Iddio!), ed il quale, per sue ammirabili virtù,
per tutti i gradi militari infino al supremo arrivò.
Ventitrè volte venne in battaglia giudicata contro a Turchi,
e tutte le volte ne riportò gloriosa vittoria. Né solamente contro a barbari
popoli militò, ma ancora in Italia, duca per gli eserciti di
Sigismondo Augusto, occupò il Frigoli , e in battaglia vinse Carlo Malatesta.
Fu Lionardo Bruno, il quale le fiorentine istorie elegantissimamente
iscrisse, e le greche e le latine di qualunque tempo diligentissimamente
avea letto.
Costui affermò, da Giulio Cesare insino a’ suoi tempi nessuno
trovare, il quale giudicasse in militare disciplina doversi preporre a
Filippo Ispano. Leggiamo molto profonda essere istata d’Annibale e tra’
primi suoi fatti si commenda la callidità con la quale lui da tutte parti
ossesso, potette uscire dalle mani di Fabio Massimo. Lodasi assai Mitriade
in simile ispezie di virtù. Ma in che parte fu inferiore l’ammirabile
astuzia di Filippo, massime a Belgrado, quando fingendo sommo timore,
allettò e condusse i nemici in luogo, che con soli fasi di sassi pieni, da
alto luogo per precipizii scondescese ripe rovinati, tante migliaia uccise,
quanto non è il duplicato numero delle porte di Firenze.
Ingegno, senza fallo istupendo! Che con cosa che più tosto
potessi muovere riso che paura, in maniera fussino infrante le ostili
ischiere, che facilmente di poi con poco numero de’ tutte l’uccidessi. …
(Da una cronaca del XVI secolo Del fiorentino Francesco di
Vettorio del Rosso)
Finita la missione
di Legato pontificio in Boemia, Moravia, Germania, Ungheria, Polonia, Branda
Castiglioni, nel marzo del 1425, rientrò in Italia; il 25 dello stesso mese
fu a Castiglione Olona per la consacrazione della Collegiata, poi partecipò
alle trattative di pace tra Milano e Firenze, che si protrassero per tutto
l’anno e terminarono con esito sfavorevole per il Duca Filippo Maria
Visconti, il quale si vide minacciato da un patto di alleanza fra la
Serenissima e la Città del fiore. Frattanto si affacciò ancora una volta
minacciosa sull’Europa e sulla Cristianità il pericolo ottomano.
I Turchi che,
entrati in Europa per la prima volta nel 1354, avevano abbattuto l’impero
serbo nella battaglia di Cossovo (a.1389) e vinto la forte coalizione di
principi cristiani a Nicopoli (a.1396), tornavano ora a mostrare la loro
baldanza ai confini dell’impero e dei regni di Sigismondo.
Per fronteggiare il
pericolo, questi cercò alleanze un po’ dappertutto, anche in Italia
(Venezia, Firenze, Milano), mentre papa Martino V inviò il Cardinal Branda
Castiglioni di nuovo in Ungheria a perorare la Crociata contro i Turchi nel
convegno di Tata.
Filippo Scolari,
benché tormentato dalla podagra, si lasciò persuadere a marciare contro gli
Ottomani; li vinse in battaglia presso Galamboez, ma, il 26 dicembre 1426, a
Lippa il prode condottiero cristiano chiuse i suoi giorni. ( Mons.
Eugenio Cazzani - Castiglione Olona nella storia e nell’arte).
… E così arriviamo
all’ultima impresa del nostro eroe: nel luglio-agosto del 1426, Filippo
entrò in Valacchia con 10.000 cavalieri e 5.000 fanti in appoggio al voivoda
Dan; qui ebbe luogo l’ultima battaglia del toscano, che di lì a poco sarebbe
deceduto per i postumi della gotta da cui era da tempo afflitto. Infatti, la
gotta angustiò gli ultimi anni di vita di Filippo, invalidandolo a tal punto
che addirittura diresse l’ultima campagna contro i turchi da una portantina:
“in su uno carro, con grandissime giornate, fu in campo portato, d’onde
erano dieci giornate o più di via che bisognava camminare”. Raccontano i
suoi biografi che lo stesso Sigismondo s’era recato nella sua residenza di
Ozora insieme con gli arcivescovi di Magonza, di Colonia e di Veszprém e coi
duchi di Baviera, Sassonia e Lituania per convincerlo che accettasse
l’incarico di comandante dell’esercito con cui doveva marciare contro i
turchi e liberare la Serbia. “Ma recusando lo Spano per rispetto della
infermità, ed affermando l’Imperadore” che il suo valore e il suo coraggio
sarebbero stati stimati dai nemici più che la forza dell’esercito, ed
essendosi anche sparsa la falsa notizia della sua morte improvvisa (la sua
comparsa sul campo di battaglia sarebbe quindi stata una grossa sorpresa per
i turchi), lo Spano fu alfine costretto ad accettare “benché consumate e
indebolite le forze” e dovette “mettere a punto la guerra, ed al cammino
apparecchiarsi”. Accettato quindi l’incarico e giunto finalmente sul campo
di battaglia nei pressi della fortezza di Galambòc rifiutò le richieste di
pace avanzategli dagli ambasciatori del sultano turco, il quale credendolo
già morto era invero rimasto sconcertato vedendolo ripresentarsi sui campi
di battaglia. Più di 20.000 furono i morti fra le file degli ottomani, ma
numerosi furono altresì i caduti tra quelle dei crociati: tra questi Pietro,
il figlio del re del Portogallo, il quale, per soddisfare un voto era venuto
“dalle estreme parti del mondo (…) con gran pompa e apparato, con ottocento
uomini d’arme, vestiti tutti di drappo bianco, avendo agnuno la croce rossa
sopra l’arme; che quasi tutti furono morti”. “Il capitano - conclude Jacopo
di Poggio – nel campo con grandissima gloria riportato, per la fatigazione
dello animo perduta quasi la favella, fu a Lippa condotto; dove morì”.
(Pippo Spano - Un eroe antiturco antesignano del rinascimento- Gizella
Nemeth Papo, Adriano Papo).
Eroe delle guerre
d’Ungheria, fedele servitore e consigliere di re Sigismondo di
Lussemburgo-Boemia, Pippo Spano fu uno degli avventurieri più celebri del
Quattrocento. Filippo Buondelmonti degli Scolari detto “Pippo Spano” era
nato a Santo Stefano di Tizzano, presso Firenze, nel 1369. I genitori, che
vivevano in modo modesto, lo avviarono presto all’uso dell’abaco, grazie al
quale il giovane fiorentino dimostrò fin da piccolo spiccata attitudine per
il calcolo aritmetico. Successivamente, secondo le usanze dell’epoca, il
padre lo affidò, tredicenne, ad un imprenditore fiorentino amico di famiglia
in stretto contatto con gli ambienti mercantili ungheresi: fu proprio
l’abilità dimostrata dal ragazzo nell’arte del “far di conto” che lo mise in
particolare luce. Così egli sarà espressamente richiesto dal cardinale
Demetrio Kaplai, arcivescovo di Esztergom, per il servizio di tesoreria;
successivamente lo stesso re Sigismondo gli affiderà la sovrintendenza alle
miniere d’oro.
Iniziò così la
brillante carriera presso la corte d’Ungheria dell’oscuro contabile toscano,
divenuto presto profondo conoscitore dei costumi e delle usanze nonché
attento esaminatore degli ambienti politici e delle relazioni diplomatiche
locali. Amico fedele e consigliere di Sigismondo, Filippo apprese presto
l’arte dell’equitazione e le tecniche del combattimento, abilità che lo
portarono, entro breve tempo, a diventare braccio armato del re.
Dopo numerose prove
di valore come, ad esempio, il salvataggio dello stesso re Sigismondo caduto
prigioniero, nel 1401, nelle mani di Carlo III d’Angiò, la fedeltà del suo
signore e l’affermarsi del suo prestigio in campo militare fecero guadagnare
a Filippo il prestigioso titolo di ispàn (conte) del territorio di Temesvàr,
da cui, appunto, il soprannome “italianizzato” di “Spano”.
Tra le sue numerose
missioni conquistò la Bosnia e la Serbia e sconfisse i turchi in varie
battaglie, vinse anche contro Venezia, che dovette cedergli Aquileia e
Udine. Fu inviato anche in Italia ed una sua missione importante fu quella
di far partecipare al concilio di Costanza l’antipapa Giovanni XXIII.
Con le sue doti di
politico riuscì a diventare governatore dell’Ungheria e sposò Barbara di
Ozora .
Il valore militare
di Pippo Spano ebbe modo di trovare conferme in molteplici episodi e la fama
di spietato guerriero sanguinario, sempre al fedele servizio di Sigismondo,
seguirà lo Scolari per tutta la vita: il mercante guerriero fiorentino morì
a Lippa il 27 dicembre 1426, a causa della gotta, malattia di cui soffriva
da diversi anni. I suoi resti furono sepolti a Székesfehérvàr (Alba Reale),
accanto alle tombe dei re Ungheresi. Al suo funerale partecipò lo stesso
imperatore Sigismondo. |